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Visual Pollution” è, per definizione, “qualsiasi elemento grafico creato dall’uomo che per invasività o pessimo gusto tende a disturbare la vista o lo sguardo di uno spazio aperto, di un panorama, o di uno spazio architettonico in senso lato.” Si tratta di un problema di natura estetica, di inquinamento inteso come elemento di disturbo rispetto al bello naturale nella sua accezione artistica e scientifica piu ampia nonchè morale e spirituale.

Il fenomeno si amplifica esponenzialmente nel mondo della Comunicazione Visiva con l’avvento del Advertising e del Marketing Invasivo: l’inquinamento visivo incarna tutto ciò che ogni buon grafico dovrebbe evitare, e combattere, invece, a colpi di qualità, conoscenza e cultura progettuale.

  • Allora perchè chiamare uno studio grafico Laboratorio di Inquinamento Visivo?

Abbiamo forse perso la speranza? Vogliamo lasciare che il “brutto” prenda il sopravvento?
Può suonare strano e di cattivo gusto, come chiamare un ristorante “Salmonella”, o vendere té caldo al limone vicino ad una toilette…ma tranquilli, non è affatto così!

Dobbiamo infatti ricordare che l’attività progettuale vede una continua triangolazione fra quelli che sono i suoi principali protagonisti: il progettista, il cliente, ed il progetto stesso. Compito del progettista grafico è riuscire a soddisfare le richieste espresse dal cliente attraverso una serie di proposte e soluzioni grafiche motivate all’interno di un percorso progettuale. Al cliente spetta invece l’ultima parola, valutando le proposte del progettista, e scegliendo infine la soluzione che dovrebbe risolve al meglio le esigenze comunicative di partenza, in un processo di scelta in cui, ahimè, il gusto personale, gioca un ruolo fondamentale.

Il gusto, in quanto tale, non è mai oggettivo e pertanto non può essere considerato come fattore discriminante per determinare la buona qualità di un progetto. Il cliente “illuminato” si pone in maniera critica nei confronti del progetto ma sa ascoltare e comprendere le motivazioni progettuali delle scelte grafiche suggerite dal progettista, percependole come risultato di un bagaglio di conoscenze ed esperienze maturate nel corso del tempo e pertanto comprendendone il valore aggiunto.

In realtà, validando i principi di quella che conosciamo come legge di Gumperson, molto spesso il cliente tenderà a scegliere tra le proposte quella che meno convince il progettista, innescando così una corsa ai ripari che a volte trascende alcuni dei vincoli progettuali di partenza, in una soluzione finale che si traduce in un compromesso, una mediazione fra punti di vista dissonanti.

Ebbene si, che ci piaccia o meno stiamo involontariamente contribuendo al disordine cosmico, stiamo introducendo nuovi e più complessi elementi grafici, nuovi stili, nuovi segni e simboli nel panorama dell’informazione visiva, dei quali non riconosciamo appieno le qualità di sintesi, armonia ed efficacia comunicativa, siamo quindi creatori di “inquinamento visivo”.

La scelta del nome vuole essere una provocazione riguardo al perenne giudizio al quale sono sottoposti i nostri elaborati, alle opinioni differenti che riscontrano in momenti alterni dai clienti, o direttamente da noi stessi nel corso del tempo, rimarcando contemporaneamente due delle qualità principali che devono essere, a mio avviso, proprie di ogni buon progettista grafico: da un lato la volontà di mettersi costantemente in discussione, e dall’altro il desiderio di imparare e conoscere sempre nuove cose, allargare i propri orizzonti e la propria cultura per poter affrontare con maggiore consapevolezza e maturità l’attività progettuale, che vede, nella sintesi grafica, un gesto di altissima responsabilità.

  • Come possiamo quindi risolvere l’eterna lotta tra qualità del progetto e soddisfazione del cliente, in un processo creativo costruttivo?

La soluzione a mio avviso sta nel innalzare costantemente nel panorama culturale collettivo il livello di conoscenza e di consapevolezza del valore e della qualità del progetto grafico nella comunicazione visiva.

Marshall McLuhan, nella sua celebre frase, asseriva che “il medium è il messaggio“, attribuendo al mezzo tecnologico proprietà pervasive sull’immaginario collettivo, indipendentemente dal contenuto informativo di volta in volta veicolato. Nel 2000, il colletivo 123Klan conia invece il motto “Style is the Message“, laddove nei diversi progetti di questo gruppo di artisti, è lo stile inconfondibile dei segni ad affermarsi. Partendo da questi due esempi estremamente emblematici ho scelto di sintetizzare la mia personale visione sul tema del progetto grafico e della comunicazione visiva con la frase: “Design is the Message“, attribuendo alla qualità del progetto l’intera e vera efficacia comunicativa del progetto stesso.

Il Progetto è il messaggio. in altre parole, se guardiamo un marchio, un manifesto, una pagina web, non possiamo limitarci al giudizio estetico, per quanto importante, delle sue forme; per poter valutare in maniera completa ed oggettiva un progetto dobbiamo conoscere e capire quali sono state prima di tutto le premesse, quale l’obbiettivo da raggiungere, quale il contesto socio-culturale nel quale è stato realizzato. Solo a quel punto potremo  giudicare la qualità delle soluzioni fornite dal grafico nel percorso progettuale, formulando così una valutazione più completa.

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Emanuele Conti